In Fisco

Quando il conto corrente diventa il miglior collaboratore del Fisco (e il peggior nemico del contribuente distratto)

“Io non ho nulla da nascondere.”

È probabilmente la frase che ogni commercialista sente più spesso. Ed è anche quella che, qualche mese dopo, rischia di trasformarsi in: “Ma quel bonifico era di mia madre… quel versamento era un prestito… quei contanti erano soldi già tassati…” Il problema è che, nel frattempo, il Fisco ha già tratto le sue conclusioni.

Le più recenti pronunce della Corte di Cassazione, puntualmente richiamate da FiscoOggi, confermano un orientamento ormai granitico: i movimenti bancari parlano, e parlano con una voce che, almeno inizialmente, il giudice presume veritiera.

La presunzione non chiede permesso

L’art. 32 del D.P.R. n. 600/1973 rappresenta una delle armi più incisive dell’Amministrazione finanziaria.

In sostanza il ragionamento è semplice:

  • trovi un versamento?
  • trovi un prelevamento?
  • non sai dimostrare esattamente di cosa si tratta?

Per il Fisco potrebbero essere ricavi non dichiarati o operazioni imponibili.

Non serve che l’Ufficio dimostri altro. È la legge stessa che costruisce una presunzione legale relativa.

Ed è qui che molti contribuenti commettono il primo errore: pensano che basti raccontare una storia plausibile.

Non basta.

“Era un prestito”. “Erano soldi di mio padre”. “L’ho restituito dopo.”

Sono tutte spiegazioni che, nella vita quotidiana, possono essere perfettamente credibili. Nel processo tributario, invece, valgono molto poco se non sono accompagnate da prove precise. La Cassazione continua, infatti, a ribadire un principio molto severo: la prova contraria deve essere analitica, cioè riferita a ciascun singolo movimento bancario, indicando, importo, soggetto interessato e documentazione di supporto. Non è sufficiente una giustificazione generica.

Occorre spiegare movimento per movimento perché quel denaro non costituisce materia imponibile.

E quando la società è “di famiglia”?

Qui il quadro diventa ancora più delicato. La Cassazione ha recentemente affrontato il caso delle società a ristretta base familiare. Se i soci sono pochi e, soprattutto, legati da stretti rapporti di parentela (ad esempio marito e moglie), l’Amministrazione finanziaria può utilizzare anche i conti correnti personali dei soci per ricostruire i ricavi della società. La logica è che, in tali realtà, interessi personali e societari tendono spesso a sovrapporsi. Naturalmente la presunzione può essere superata.

Ma, ancora una volta, serve la prova puntuale dell’estraneità di ciascuna movimentazione rispetto all’attività d’impresa.

Il vero problema? Non è il controllo.

Molti pensano che il problema sia il controllo bancario.

In realtà il problema arriva molto prima.

Nasce quando:

  • si usano indistintamente conto personale e conto aziendale;
  • si prestano soldi senza scrivere nulla;
  • si restituiscono finanziamenti in contanti;
  • si fanno bonifici con causali fantasiose (“varie”, “saldo”, “giro”, “ok”);
  • si ricevono somme da familiari senza alcuna documentazione.

In quel momento si sta costruendo, inconsapevolmente, il fascicolo del futuro accertamento. E il Fisco, quando arriverà, leggerà quei movimenti con molta meno fantasia del contribuente.

La banca conserva. Il Fisco osserva. La memoria dimentica.

C’è poi un aspetto quasi psicologico. L’accertamento può arrivare molti anni dopo. Nel frattempo, nessuno ricorda più perché il 17 aprile di quattro anni prima siano entrati 8.700 euro. Provate a chiederlo a qualunque imprenditore. La risposta tipica sarà: “Aspetti… mi sembra… forse… potrebbe essere…” Purtroppo, il “forse” non è una categoria prevista dal D.P.R. n. 600/1973.

La prevenzione costa poco. La difesa molto di più.

Ogni bonifico dovrebbe avere una causale corretta. Ogni prestito dovrebbe essere documentato. Ogni finanziamento soci dovrebbe essere formalizzato. Ogni movimentazione anomala dovrebbe essere spiegata quando nasce, non cinque anni dopo davanti a un giudice tributario.

Perché ricostruire oggi un movimento di ieri è relativamente semplice. Ricostruire un movimento di cinque anni fa è spesso impossibile.

La morale (con un pizzico di ironia)

Il conto corrente non dimentica. La banca conserva tutto. L’Agenzia delle Entrate legge. La Cassazione conferma. L’unico che, puntualmente, dimentica è il contribuente. Ed è proprio in quel momento che compare una figura spesso sottovalutata. No, non l’avvocato. Il commercialista.

Quello che, quando suggerisce di scrivere una causale completa, predisporre una scrittura privata, formalizzare un finanziamento soci o evitare di usare il conto personale come fosse quello aziendale, non lo fa per amore della burocrazia.

Lo fa perché conosce già come potrebbe finire quella storia davanti all’Amministrazione finanziaria.

In fondo il miglior accertamento è sempre quello che non nasce mai.

E spesso basta una telefonata al proprio commercialista fatta prima del bonifico, anziché una molto più costosa fatta dopo l’avviso di accertamento.

Dott. Mirco Arcangeli Comm.sta in Catania e Milano

Website www.mircoarcangeli.com

Scrivi a: info@mircoarcangeli.com

Questo articolo è stato scritto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale